Stemma Abate Roberto

 

Lo scudo

Secondo la tradizione araldica della Chiesa cattolica, lo stemma di un Abate è tradizionalmente composto da uno scudo, che può avere varie forme, da un pastorale con un velo fissato alla base del ricciolo; da un cappello prelatizio (galero), con cordoni a dodici fiocchi, pendenti sei per ciascun lato, il tutto di colore nero, da un cartiglio inferiore recante il motto scritto in nero. Per il nuovo abate di san Paolo è stato scelto uno scudo “a testa di cavallo” in conformità ai tanti stemmi presenti in abbazia e per il suo frequente uso nell’araldica ecclesiastica.

 

La blasonatura

Presentiamo la descrizione araldica (blasonatura) dello scudo dell’Abate Roberto:

Stemma: d’azzurro cappato d’oro, a un monte di tre cime all’italiana fondato in punta, sostenente la croce patriarcale trifogliata d’oro, attraversata alla base del motto “PAX” dello stesso; la cappa destra al corvo di nero rivolto, col volo alzato, tenente nel becco un pane al naturale; la cappa sinistra al destrocherio vestito di rosso, flesso e uscente dal fianco sinistro, impugnante con la mano di carnagione una spada alta in palo d’argento. Motto: “Non nobis Domine”. Lo scudo è accollato al bastone pastorale d’oro con sudario; il tutto posto al di sotto di un galero di nero con dodici fiocchi neri, sei per lato.

 

Il motto

NON NOBIS DOMINE

Per il proprio motto, l’Abate Roberto ha scelto l’incipit del Salmo 115(113 B),1 “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria, per il tuo amore, per la tua fedeltà”, che si canta al vespro della domenica. Il Salmo è un cantico di lode al Signore il cui nome santo risuona abbondantemente in tutto il testo poetico. Il Salmo propone una grandiosa lode di Dio, per la sua esaltazione in quanto creatore e salvatore, per ribadirne l’unicità e la verità contro gli idoli e gli dèi falsi. Nel Salmo, a cominciare dal primo versetto citato, c’è una proclamazione della gloria divina perché Dio ha compiuto prodigi per il suo popolo e questo basta per dimostrare la sua esistenza e potenza contro le nazioni pagane e i loro simulacri. Infatti con Israele sconfitto, gli altri popoli percepiscono il Signore come una divinità minore che può essere rifiutata. Il popolo di Israele desidera la salvezza e glorifica il santo nome del Signore, rivelato a Mosè (Es 3,14). Glorificare il nome di Dio significa riconoscerne l’esistenza e l’azione salvifica e «liberando Israele il Signore loda e glorifica se stesso dimostrando di “esserci”». La prova della sua esistenza riabilita Israele, non per i suoi meriti ma per la sola gloria di Dio, quasi a dire che anche se Dio ha compiuto meraviglie per i nostri padri queste non sono state realizzate per un nostro merito ma per la sua esclusiva bontà, a gloria del suo nome. Il primo versetto riconduce quindi al contesto pasquale dell’hallel (Sal 113-118) di cui fa parte il Salmo, a Dio che opera la liberazione di Israele dall’Egitto in funzione dell’Alleanza cui Egli rimane fedele. Il versetto ed il motto hanno anche un radicale riferimento cristologico in base a quanto afferma sant’Agostino nel suo commento:

«La grazia dell’acqua che scaturisce da quella pietra che è Cristo non ci fu data per delle opere che l’avessero preceduta ma per la misericordia di colui che giustifica l’empio. Cristo infatti morì per degli empi, affinché l’uomo non cerchi in alcun modo la sua propria gloria ma solo la gloria del nome di Dio».

(Sant’Agostino, Enarrationes in Psalmos 113 I, 8)

 

Interpretazione

L’ornamento esterno caratterizzante lo stemma di un Abate regolare, oltre ai dodici fiocchi neri pendenti dal cappello prelatizio, è il pastorale velato. Quello degli Abati, in antichità, era munito del “velum” o “sudarium”, piccolo drappo di seta chiara che pendeva dal nodo, posto sotto il riccio, per non consentire alla mano sinistra di impugnare direttamente il pastorale. Come pronunciato durante il rito di benedizione esso è segno di sollecitudine nei confronti dei fratelli che sono affidati al nuovo abate. Nella tradizione latina, la foggia del pastorale presenta il ricciolo che sta a significare la giurisdizione dell’Abate all’interno, nell’ambito del Monastero.

Nella parte prioritaria dello scudo troviamo i simboli dell’Ordine di San Benedetto: i tre monti che sostengono la croce patriarcale di San Benedetto, attraversata dalla parola PAX. Il “campo” su cui tutto ciò campeggia è in azzurro, colore simbolo della incorruttibilità del cielo. La “cappa” è in oro, primo tra i metalli nobili, simbolo quindi della prima Virtù, la Fede sulla quale si tiene a mente l’ammonimento dell’Apostolo Pietro quando afferma:

«La vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime» (1Pt 1,6-9)

Nel lembo destro della cappa vi è un corvo che regge nel becco un pane, per richiamare quanto tramandato dalla tradizione secondo cui ci fu un tentativo di avvelenamento ai danni di Benedetto. L’episodio narrato da san Gregorio magno nel suo secondo libro dei Dialoghi al capitolo VIII, tramanda di come un tal sacerdote Fiorenzo, che viveva nei pressi del monastero, invidioso della fama di crescente santità di Benedetto presso la popolazione, gli inviò in dono un pane avvelenato. Venuta l’ora di mangiare, Benedetto, accortosi dell’inganno, comandò ad un corvo che dal bosco circostante abitualmente veniva a beccare il pane dalle mani del Santo, di raccogliere quel pane e di gettarlo in un luogo dove nessun altro avrebbe potuto cibarsene. Il corvo obbedì, prese il pane con il becco e volò via.

Nel lembo sinistro troviamo un braccio che regge una spada, classico simbolo iconografico di San Paolo a cui è appunto dedicata la Basilica ostiense e l’annessa Abbazia che l’Abate Roberto è chiamato a governare, nel solco della tradizione dei benedettini che da secoli pregano sulla tomba della Apostolo delle Genti.

 

Informazioni sull'autore dello stemma

Marco Foppoli

Lo stemma dell’Abate Roberto e la relativa blasonatura sono stati eseguiti da Marco Foppoli di Brescia. La passione per le arti grafiche e un innato interesse per le materie storiche, trovano un connubio perfetto nell’araldica che diviene ben presto una parte rilevante della sua professione di grafico ed illustratore. Attraverso un attento studio di antichi codici e stemmari medioevali italiani (specialmente lombardi e toscani) lo stile della sua arte ritrova e reinterpreta la bellezza formale e l’eleganza grafica dell’araldica gotica e rinascimentale. Marco Foppoli collabora da tempo con province e comuni nell’ideazione e realizzazione dei propri stemmi civici e realizza anche stemmi di araldica ecclesiastica essendo stato per molti anni onorato dalla guida e dall’amicizia di Mons. Bruno B. Heim nunzio apostolico e celebre araldista pontificio al quale si devono gli stemmi ufficiali di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II oltreché innumerevoli stemmi prelatizi. Mons Heim definiva Marco Foppoli come suo «allievo in terra italiana» al quale ha trasmesso parte della sua grande esperienza nell’araldica ecclesiastica. Membro di numerose associazioni storico-araldiche italiane ed internazionali tra cui la prestigiosa Academie Internationale d’Héraldique di Ginevra, la Heraldry Society of Scotland e la Società Italiana di Studi Araldici. Le sue realizzazioni sono apparse su pubblicazioni in Italia, Svizzera, Belgio, Olanda, Svezia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Nuova Zelanda.