I monaci di San Paolo: custodi della bellezza celebrata

Nel IV secolo vengono costruite in Terra Santa le grandi Basiliche costantiniane. Gruppi di asceti e di vergini si raccolgono attorno alle loro mura, dando vita a un variegato ventaglio di esperienze comunitarie di sequela Christi: si pensi ai doppi monasteri nell’Anasthasis di Gerusalemme sotto Melania l’anziana e Rufino, nonché alla presenza di Paola e Girolamo nei dintorni della Basilica dell’Annunciazione a Betlemme. Anche nell’occidente cristiano e in modo particolare a Roma, attorno alle tombe degli Apostoli e dei Martiri, divenute meta di incessanti pellegrinaggi, si constata lo stesso fenomeno.

Nei pressi della Basilica di San Paolo – anch’essa risalante al periodo costantiniano – durante il pontificato di papa Sisto III (432-440) abbiamo la testimonianza della presenza di un monastero ad catacumbas. Alcuni studiosi suppongono che tale presenza ascetico-monastica fosse addirittura antecedente a questo periodo. La prima notizia certa, tuttavia, è rinvenibile nella lettera di Gregorio Magno a Felice datata 25 gennaio 604, che parla di un gruppo di donne attorno alla Basilica che avrebbero prestato un servizio permanente tenendo accese le luminaria della Confessio dell’Apostolo delle Genti: monasterium ancillarum Dei ad S. Paulum (cfr. Ildefonso Schuster, La Basilica e il Monastero di San Paolo fuori le Mura, Torino 1934, p.13).  Questo cenobio femminile era dotato di un oratorio dedicato a Santo Stefano.

Occorre notare come in questa epoca d’oro del monachesimo, le esperienze di vita ascetica in comune non erano slegate dalla vita ecclesiale, dalle celebrazioni liturgiche e dalla custodia dei luoghi di pellegrinaggio. La comunità benedettina oggi presente a San Paolo fuori le Mura ha sempre vissuto questa profonda dimensione ecclesiologica, ben radicata fin dalle origini nella sua storia.

Il Liber Pontificalis ci offre poi notizie sulle realtà monastiche attorno a San Paolo al tempo di Gregorio II (715-731), dopo la decadenza causata dalle numerose e continue invasioni barbariche. Veniamo infatti a sapere dell’esistenza non soltanto del monastero femminile dedicato a Santo Stefano – a quel tempo vuoto – ma anche di uno maschile dedicato a san Cesario martire di Terracina – anch’esso in piena decadenza – al quale Gregorio II affida la cura di quello femminile. Si costituisce da questo momento in poi un’unica realtà monastica denominata Monasterium Ss. Stefani et Caesarii ad S. Paulum, dedita al canto dell’Ufficio notturno e diurno in Basilica, alla cura dell’edificio e delle lampade votive.

In questo contesto, analogamente a ciò che accadeva nelle esperienze ascetico-monastiche attorno all’Anasthasis di Gerusalmente, il clero romano, secondo l’osservanza ormai consolidata delle prescrizioni di Leone I (440-461), ha la responsabilità del canto delle lodi divine e del servizio liturgico con la celebrazione delle Messe. Si tratta di una conferma dell’articolata vita ecclesiale che ha coinvolto, anche durante i lunghi tempi di decadenza che afflissero la Città Eterna, i monaci e il clero, in particolar modo nella gestione dello spazio liturgico.

L’intrinseco legame tra le esperienze monastiche a San Paolo fuori le Mura e la liturgia trova la sua definitiva consacrazione quando papa Leone VII (936-939) incarica nel 936 il santo abate Odilone di Cluny di ridare vita ai monasteri romani, in modo particolare alla comunità di San Paolo. L’influsso di Cluny sulla comunità paolina è durato a lungo e si è consolidato nel tempo: il monaco è uomo liturgico a tutto tondo. Mentre i monaci presenti nelle Basiliche Lateranensi e in San Pietro in Vaticano, durante il rinascimento carolingio, diventavano canonici regolari, quelli di San Paolo fuori le Mura sono rimasti sempre una realtà monastica, anche per volere esplicito dell’imperatore Ottone III e di papa Silvestro II (1003-1009).

L’importanza dell’elemento liturgico, che i monaci di San Paolo fuori le Mura hanno sempre ricordato, favorendone, di volta in volta, lo sviluppo creativo, si manifesta oggi anche nella condivisione di ciò che è stato sempre custodito all’interno delle Mura, attraverso l’ampliamento della sartoria e dell’Atelier di arte liturgica.